II. ROGO

I temi pittorici della Gentileschi e il suo stesso gesto artistico sembrano incendiati da una potenza rabbiosa la cui eco permane come un fantasma a distanza di secoli.

A rivalutare per primo la figura artistica di Artemisia fu il critico e storico dell’arte Roberto Longhi. La vita tumultuosa dell’artista romana ispirò la moglie del Longhi, Anna Banti, a scriverne un romanzo. Negli anni del dopoguerra il romanzo della Banti decretò il successo di Artemisia cementandola nell’immaginario collettivo come figura romantica ed avventurosa, rendendo impossibile separare, da quel momento in poi, l’opera di quest’artista dalla sua biografia.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Anna Banti aveva perso il manoscritto originale, bruciato dalle truppe tedesche in ritirata. Nel libro poi pubblicato il ricordo del manoscritto andato perduto, il ricordo di tutte quelle pagine bruciate e quel primo tentativo di ritrarre Artemisia, divorato ormai dalle fiamme, è il motore stesso della storia.


 

Claudio MONTEVERDI
Se i languidi miei sguardi (Lettera amorosa a voce sola in genere rappresentativo) (Madrigali guerrieri e amorosi Libro VII, Venezia, Bartolomeo Magni, 1619)

 

Se i languidi miei sguardi,
se i sospiri interrotti,
se le tronche parole
non han sin or potuto,
o bell’idolo mio,
farvi delle mie fiamme intera fede,
leggete queste note,
credete a questa carta,
a questa carta in cui
sotto forma d’inchiostro il cor stillai.
Qui sotto scorgerete
quegl’interni pensieri
che con passi d’amore
scorron l’anima mia;
anzi, avvampar vedrete
come in sua propria sfera
nelle vostre bellezze il foco mio.

Non è già parte in voi
che con forza invisibile d’amore
tutto a sè non mi tragga:
altro già non son io
che di vostra beltà preda e trofeo.
A voi mi volgo, o chiome,
cari miei lacci d’oro:
deh, come mai potea scampar sicuro
se come lacci l’anima legaste,
come oro la compraste?
Voi, pur voi dunque siete
della mia libertà catena e prezzo.
Stami miei preziosi,
bionde fila divine,
con voi l’eterna Parca
sovra il fuso fatal mia vita torce.

Voi, voi capelli d’oro,
voi pur siete di lei,
ch’è tutta il foco mio, raggi e faville;
ma, se faville siete,
onde avvien che ad ogn’ora
contro l’uso del foco in giù scendete?
Ah che a voi per salir scender conviene,
ché la magion celeste ove aspirate,
o sfera de gli ardori, o paradiso,
è posta in quel bel viso.

Cara mia selva d’oro,
ricchissimi capelli,
in voi quel labirinto Amor intesse
onde uscir non saprà l’anima mia.
Tronchi pur morte i rami
del prezioso bosco
e da la fragil carne
scuota pur lo mio spirto,
che tra fronde sì belle, anco recise,
rimarrò prigioniero,
fatto gelida polve ed ombra ignuda.

Dolcissimi legami,
belle mie piogge d’oro
quali or sciolte cadete
da quelle ricche nubi
onde raccolte siete
e, cadendo, formate
preziose procelle
onde con onde d’or bagnando andate
scogli di latte e rivi d’alabastro,
more subitamente
(o miracolo eterno
d’amoroso desìo)
fra si belle tempeste arse il cor mio.

Ma già l’ora m’invita,
o degli affetti miei nunzia fedele,
cara carta amorosa,
che dalla penna ti divida omai;
vanne, e s’amor e’l cielo
cortese ti concede
che de’ begli occhi non t’accenda il raggio,
ricovra entro il bel seno:
chi sà che tu non gionga
da sì felice loco
per sentieri di neve a un cor di foco!

 

 

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