XII. GIUDITTA

“E si studiò infinitamente Artemisia di fare una grand’opera nella Giuditta che uccide , anzi che scanna Oloferne in due esemplari grandi (Firenze e Napoli) e in una piccola replica su lavagna all’arcivescovado di Milano. Ma quella scissione fra mentalità e resa, fra civiltà e creazione che già avvertivamo in Orazio, si ripete qui nella figlia con fatalità quasi tragica, visto che ne vanno perdute, per ribrezzo, qualità pittoriche di prim’ordine. Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori ed ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato, da parer dipinto per mano del boja Lang? Ma – vien la voglia di dire –, ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo?

Imploriamo grazia. Noi non vorremmo ad ogni modo seguire lo Schmerber nelle sue grosse osservazioni sullo spirito sadico del tempo; che qui non v’è nulla di sadico, se anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo, ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile, vi dico! Eppoi date per carità alla signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine, non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla?

Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ’600 europeo, dopo Van Dyck”.

Roberto Longhi, Padre e Figlia, L’Arte, 1916

 

 

Stefano LANDI (1587 – 1639)
Alla guerra (Quinto libro delle arie, Venezia, Bartolomeo Magni, 1637)

 

Alla guerra d’amor
Correte Amanti:
Non più sospiri
Non più martiri.
Alla guerra d’amor,
All’armi, all’armi
Aita, aita, il mio core se’ n và,
la mia vita dov’è?
Ah! Cruda partita:
Pietà!

 

 

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