XIII. LA STANZA DI ARTEMISIA

Fermare Artemisia è impossibile. Ritrarre le sue molte facce troppo difficile. Ci lascia incantati, storditi e confusi come di fronte ad un caleidoscopio. Indipendente dal padre come artista, emancipata dagli aspetti più morbosi della sua biografia, ci invita, tuttavia, a non dimenticarci di quella ragazzina che urla ancora furiosamente tutta la sua rabbia selvaggia.

 

 

Claudio MONTEVERDI
Sì dolce è ’l tormento (C. Milanuzzi: Quarto scherzo delle ariose vaghezze, Venezia, Alessandro Vincenti, 1624)

 

Si dolce è’l tormento
Ch’in seno mi sta,
Ch’io vivo contento
Per cruda beltà.
Nel ciel di bellezza
S’accreschi fierezza
Et manchi pietà:
Che sempre qual scoglio
All’onda d’orgoglio
Mia fede sarà.

La speme fallace
Rivolgam’ il piè.
Diletto ne pace
Non scendano a me.
E l’empia ch’adoro
Mi nieghi ristoro
Di buona mercè:
Tra doglia infinita,
Tra speme tradita
Vivrà la mia fè

Se fiamma d’amore
Già mai non sentì
Quel riggido core
Ch’il cor mi rapì,
Se nega pietate
La cruda beltate
Che l’alma invaghì:
Ben fia che dolente,
Pentita e languente
Sospirimi un dì.

 

 

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