VIII. LA MORSA DELLA SIBILLA

Nonostante la libertà in casa e in bottega di cui era accusata, la giovane Artemisia non era altrettanto libera in relazione al mondo esterno. Orazio, molto geloso, teneva Artemisia rinchiusa sotto la sua stretta. La ragazza poteva uscire a passeggiare solo all’alba, velata e severamente controllata da uno chaperon.

Poiché la sua testimonianza non era considerata attendibile, al processo Artemisia fu sottoposta alla tortura dei Sibilli, o la morsa della Sibilla così chiamata perché con essa, per mezzo di un doloroso stritolamento delle mani, ci si aspettava di ottenere la verità.

Alcuni anni più tardi a Firenze alla corte del Gran Duca di Toscana, la Granduchessa Caterina di Lorena avrebbe chiesto che il grande e terribile dipinto di Artemisia Giuditta uccide Oloferne fosse rimosso, posizionato nell’angolo più scuro di Palazzo Pitti e velato.

 

 

Barbara STROZZI (1619 – 1677)
Lagrime mie (Diporti di Euterpe ovvero Cantate e ariette a voce sola, op. 7, Venezia, Bartolomeo Magni, 1659)

 

Lagrime mie, à che vi trattenete,
Perché non isfogate il fier’ dolore,
Chi mi toglie’l respiro e opprime il core?
Lidia, che tant’ adoro,
Perché un guardo pietoso, ahimè, mi donò
II paterno rigor l’impriggionò.
Tra due mura rinchiussa stà la bella innocente,
Dove giunger non può raggio di sole,
E quel che più mi duole
Ed accresc’il mio mal, tormenti e pene,
È che per mia cagione prova male il mio bene
E voi lume dolenti non piangete!
Lagrime mie, à che vi trattenete?
Lidia, ahimè, veggo mancarmi, l’idol mio,
Che tanto adoro!
Stà colei tra duri marmi per cui spiro
E pur non moro.
Se la morte m’è gradita,
Or che son privo di speme,
Dhè, toglietemi la vita
(Ve ne prego) aspre mie pene!
Ma ben m’accorgo, che per tormentarmi
maggiormente, La sorte mi niega anco la morte.
Se dunque è vero, o Dio, che sol del pianto mio.
Il rio destino ha sete.

 

 

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